Appunti su paura, presenza e responsabilità
È più facile pensare che quello che succede nel mondo “ci capiti addosso”.
Che sia qualcosa di esterno, distante, ingestibile.
In fondo è rassicurante: ci solleva da una parte di responsabilità e ci permette di restare spettatori.
Eppure lo yoga racconta un’altra storia.
Dice che la realtà che abitiamo è sempre, in qualche modo, una manifestazione dello stato di coscienza collettivo.
Non per colpa, ma per risonanza.
E allora guardando a quello che sta succedendo, soprattutto in certi luoghi del mondo, viene spontaneo farsi una domanda scomoda: che tipo di coscienza stiamo coltivando, se ciò che emerge è sempre più spesso violenza, repressione, disumanizzazione?
Perché quello che vediamo non è solo un problema sociale.
È qualcosa di più profondo. Così profondo che rende tangibile, lampante, concreto come il personale sia politico, come l’energia che nutriamo ogni giorno come individui abbia ripercussioni pratiche nel mondo “là fuori”.
Quello a cui stiamo assistendo è la manifestazione di un sistema che da tempo ha perso contatto con il sentire, con il limite, con la complessità dell’umano.
Un sistema costruito sull’idea di controllo, di performance, di dominio.
Un sistema che, messo in discussione, reagisce come reagisce un ego spaventato: irrigidendosi, colpendo, difendendosi a ogni costo. Un sistema che ha palesemente perso il contatto con il suo senso di servizio ed è diventato identificato con lo status quo.
La violenza, in questo senso, non è un “incidente”.
È il linguaggio estremo di una paura di cambiare che non sa come nominarsi.
Lo yoga lo dice da sempre: quando l’identità si aggrappa a una forma – che sia un ruolo, un’ideologia, una struttura di potere – ogni cambiamento viene vissuto come una minaccia esistenziale.
E allora non si ascolta più.
Si reagisce.
Si forza.
Quello che stiamo vedendo, anche negli Stati Uniti, ha molto a che fare con questo.
Non è solo una questione di ordine pubblico o di sicurezza.
È il riflesso di un sistema che non sa più reggere la complessità, che non sa stare nell’incertezza, che non sa attraversare la trasformazione senza usare la forza.
Ma attenzione, perché qui il punto è delicato.
Dire questo non significa puntare il dito contro “là fuori”. Non vuol dire trovare un mandante o un colpevole. Men che meno significa sentirsi migliori, più evoluti, più consapevoli.
Significa riconoscere che viviamo tutti dentro la stessa matrice culturale.
Una matrice che ci ha educati alla separazione, alla competizione, all’idea che valiamo solo se produciamo, se controlliamo, se dimostriamo.
E in un mondo così, la disumanizzazione non è un’eccezione: è una conseguenza.
La Bhagavad Gītā racconta tutto questo in modo sorprendentemente attuale.
Si apre su un campo di battaglia, ma in realtà sta parlando di un conflitto interiore, di quel momento in cui una coscienza si accorge che il mondo che conosce non regge più.
Arjuna è paralizzato. Non perché sia debole – è un guerriero, perbacco!, ma perché vede con lucidità che il protrarsi delle stesse dinamiche di separazione e di ignoranza ha condotto a un punto di non ritorno, a una crisi che sembra potersi sciogliere solo attraverso una frattura dolorosa.
E in questo, oggi, gli assomigliamo molto: (a tratti) consapevoli, ma esitanti; presenti, ma incapaci di capire come agire senza diventare parte della stessa violenza che osserviamo.
Krishna non lo sprona a combattere per vincere, né lo consola.
Gli ricorda piuttosto che l’azione è inevitabile, ma che può nascere da due luoghi diversi: dalla paura o dalla presenza. E che il vero nodo non è se agire, ma da dove si agisce.
Ed è qui che, secondo me, si gioca il nodo più importante di questo tempo.
Perché sì, la violenza è anche dentro di noi. Quello che vediamo è la manifestazione delle dinamiche di paura, separazione e competizione che ognuno di noi ha integrato in sé. Senza sconti. Ciascuno di noi è abitato da ignoranza, rabbia, paura del cambiamento. Talmente tanto che il sistema esprime esattamente questo. I sistemi politici e sociali non sono altro che specchio di chi siamo. O meglio, sono specchio delle parti di noi a cui diamo il potere di governare la nostra vita. E dunque vincono pure le elezioni.
Attenzione però: questa non è una colpa. Va piuttosto riconosciuta come traccia di un addestramento alla disconnessione che abbiamo tutti respirato.
Non è colpa nostra se siamo cresciuti in una cultura che premia l’efficienza e mortifica la presenza. Ma è una responsabilità – nel momento in cui ce ne accorgiamo – scegliere se continuare a nutrire quella dinamica o iniziare a fare qualcosa di diverso.
Responsabilità non è colpa. È possibilità di risposta.
E forse oggi il gesto più radicale non è necessariamente combattere – letteralmente – il sistema che noi stessə abbiamo contribuito a costruire, ma restare umani mentre il mondo si disfa.
Restare presenti.
Restare capaci di sentire.
Non cedere alla brutalizzazione del linguaggio, del pensiero, delle relazioni.
Continuare a scegliere la complessità, la lentezza, il dubbio.
Continuare a scegliere l’umano, anche quando tutto intorno sembra spingere nella direzione opposta.
Non è eroico.
Non è spettacolare.
Non fa rumore.
Ma è, forse, l’unica forma di resistenza che non assomiglia a ciò che vuole combattere.